Ricevo e pubblico con piacere i pensieri di Tommaso. Credo che possa dare lo spunto per parlare di questo argomento.
Eccovi l’articolo di Tommi:
Tante volte nel mondo dello sport emerge il tema della triade atleta-insegnante-genitore. Un circolo di rapporti emotivi e sociali che sono fattori importanti nel determinare il rendimento sportivo di un atleta.Anche nella scherma queste tre entità si intrecciano l’una con l’altra e il fenotipo dell’atleta (“ciò che appare “) è diretta conseguenza dei rapporti di collaborazione, dominanza, contrasto o fiducia tra la “triade”.Sicuramente ciò che è più facile valutare e criticare è la prestazione dell’atleta: vince? allora tutto sta andando in modo positivo; perde? c’è qualcosa che non va. Ma la “colpa” di chi è? L’INSODDISFAZIONE derivante da una prestazione agonistica può essere percepita in maniera molto diversa dal maestro, dall’atleta e dai genitori; ognuno di questi può favorire o mascherare tale percezione agli altri membri “della triade”: l’atleta può essere deluso perché a nessuno piace perdere; un bravo maestro è la figura professionale della scherma, che, con la sua preparazione ed esperienza, sa criticare nel momento giusto, ma anche rassicurare nei momenti più difficili; il genitore, spesso, è il tifoso che si fa trascinare delle emozioni, riversandole sul figlio senza filtro di ragione.Come si deduce dal titolo, volevo approfondire proprio quanto un genitore sia determinante nella crescita di un atleta. Il primo concetto da chiarire è che “la scherma è degli atleti”. Il genitore è la figura che permette al figlio/a di praticare e divertirsi in uno sport bello come la scherma; è la persona che tira fuori dalla scatola timida del figlio i suoi sentimenti,e tutte le sue azioni sono volte a cercare di capire se l’esperienza sportiva e soprattutto agonistica sono vissute positivamente. L’unico interesse deve essere la gioia del figlio: il disinteresse per l’attività dei figli è negativo quanto l’insistenza per fargli fare quello che vogliamo. Purtroppo tutto questo, spesso, si realizza in un’invadenza di genitori di un mondo che appartiene ai figli.La gara è un momento in cui le emozioni vissute dall’atleta devono essere libere da qualunque condizionamento; l’unica immagine che si deve vedere è quella di un “atleta”che affronta in pedana le proprie paure, che vuole vincere per se stesso, che si diverte con gli amici, che vive fino in fondo il rapporto con il maestro. In pedana non si deve vedere un “figlio” che deve affrontare le paure del giudizio dei familiari, che deve vincere per dimostrarsi “bravo” ai genitori, che non sa se ascoltare i consigli del maestro o le urla della “tribuna tifosi”.Anche in palestra la presenza dei genitori influisce sulla crescita del figlio; a tal proposito voglio citare l’opinione del M° Enrico Di Ciolo: “l’interferenza sta nel fatto che i ragazzi, con un genitore presente durante la seduta, non sono “soli” nel loro ambiente; la presenza del babbo,o mamma, li inibisce ad esempio dal comportarsi liberamente, dicendo parolacce, offendendosi, grattandosi le parti basse, non impegnandosi, rispondendo male al Maestro, facendo la corte alla compagna di allenamento etc.; la presenza del genitore li inibisce perché non fa parte del Gruppo. Il Gruppo nella scherma è tuttora uno sconosciuto, ma esiste, i più forti lo sanno bene, il gruppo è fondamentale. I genitori non fanno parte del Gruppo degli atleti”. Voglio concludere con un’altra citazione, questa volta proveniente dal mondo letterario:
E una donna
che teneva un bambino al seno disse:
“Parlaci dei figli”.
Ed egli disse:
I vostri figli non sono vostri figli.
Sono figli e figlie del desiderio ardente
che la Vita ha per se stessa.
Essi vengono per mezzo di voi,
ma non da voi.
E benché siano con voi,
non vi appartengono.
Potete dar loro il vostro amore
ma non i vostri pensieri,
poiché essi hanno i loro pensieri.
Potete dar alloggio ai loro corpi,
ma non alle loro anime,
poiché le anime
dimorano nella casa del domani,
che voi non potete visitare
nemmeno nei vostri sogni.
Potete sforzarvi di essere come loro:
non cercate però di renderli come voi.
La vita, infatti, non torna indietro
né indugia sul passato.
Voi siete gli archi
dai quali i vostri figli
come frecce viventi son lanciati.
L’arciere vede il bersaglio
sul sentiero dell’infinito
e vi piega con la sua potenza
perché le sue frecce
volino veloci e lontane.
Lasciatevi piegare con gioia
dalla mano dell’Arciere;
poiché come egli ama la freccia che vola
così ama pure l’arco che è ben saldo”.
Khalil Gibran