Avevo detto che avrei scritto qualcosa anche io su questo argomento e quindi eccomi qui.
Mi sembra di capire che il dibattito fino ad ora sia incentrato su questo punto: meglio la critica o l’incoraggiamento? E’ una domanda secondo me sbagliata. In assoluto non si può dire quale sia l’atteggiamento migliore da tenere nei confronti di un figlio da parte di un genitore e nei confronti di un allievo da parte di un maestro.
Lo stesso figlio/allievo ha bisogno a volte dell’una a volte dell’altra cosa.
In realtà non so se scriverò proprio su questo argomento. Volevo piuttosto raccontarvi la mia esperienza di figlio/atleta.
Mio padre era (è ancora vivo
, ma dico era perchè adesso è completamente diverso) un padre che dedicava gran parte del suo tempo a portarmi in giro per gare ed allenamenti. Sapete tutti che io ho girato diverse società, ma quando da Firenze mi sono iscritto alla Mens Sana Siena era lui a portarmi ad allenarmi. Da casa mia alla palestra a Siena sono 74km ad andare e altrettanti a tornare per 4 volte a settimana da settembre a luglio.
Un bell’impegno per me e per lui. Ma facciamo un passo indietro.
Quando sono venuto via da Firenze non sono stato io a dire, “voglio cambiare società”. Non sono stato io a dire “voglio andare ad allenarmi a Siena”. Vi sembrerà strano ma io avrei mandato tutto al diavolo. Ho cominciato a fare scherma a 8 anni. La prima coppettina l’ho presa a 18. Nel mezzo tante botte, facevo fioretto e non so bene perchè (anzi ora lo so ma allora non lo capivo) non mi riusciva.
Fino a che un bel giorno a 15 anni qualcuno (mio padre) ha preso una decisione per me e ha provato a convincermi che era mia. Dovevo cambiare arma (dal fioretto alla spada) e dovevo cambiare palestra (dall’Accademia Fiorentina alla Mens Sana Siena).
Adesso posso solo dire grazie a mio padre. Senza di lui non sarei la persona che sono adesso. Sicuramente senza di lui avrei smesso di fare scherma. “Perchè continuare se non passo nemmeno il primo turno?” mi chiedevo.
Mio padre invece non si chiedeva questo. Credo che fosse fermamente convinto delle mie possibilità. Dove aveva questa convinzione? In fondo mio padre non era mica un maestro di scherma e infatti vi assicuro che non ne capiva molto. Aveva però conosciuto il maestro della Mens Sana Siena e mi aveva fatto seguire da lui in un paio di gare e gli aveva chiesto se il gioco valeva la candela. Cioè se valeva la pena iscriversi da loro o se era inutile. Secondo Alessandro Zalaffi il maestro di Siena si poteva fare.
A me è andata bene, nel senso che nessuno mi garantiva successo e nel senso che se non fosse andata come è andata forse mio padre adesso avrebbe un senso di colpa non da poco. Insomma ragazzi a 15 anni io avevo voglia di fare altro che andare a allenarmi a Siena.
A pensarci bene mio padre ha avuto un gran coraggio.
Dai 15 ai 16 anni mi sono allenato con un impegno mostruoso senza raccattare nulla. Alessandro (Zalaffi, il maestro di Siena) mi diceva: “Prima di essere in grado di fare una certa azione in gara devi averla provata 1000 volte in palestra”. 1000 volte? Si 1000. e se sono 1500 meglio.
Alla fine però nonostante questo impegno le gare restavano un problema. Nel senso che in palestra rendevo 100 e in gara 30. I risultati non c’erano. Alla fine del secondo anno cadetti dopo aver bucato le altre gare e non avendo nulla da perdere è venuto anche il risultato. 5° ai campionati italiani. Per uno che faceva 64 quando andava bene era un miracolo. Adesso so che non era un miracolo.
Quella gara l’ho fatta senza aver nulla da perdere. Senza sentirmi mio padre addosso. Ero sgombro di testa, tiravo per me stesso e non per lui. Alle altre gare precedenti mi sentivo in debito verso di lui perchè faceva tanti sacrifici per farmi allenare etc… Il risultato era che mio padre pur volendo farmi del bene, mi creava delle pressioni enormi, anche se involontariamente. Era questo il problema. Io tiravo per lui e non per me. Anche il fatto di averlo in palestra tutte le sere era un problema perchè nel viaggio di ritorno mi diceva “devi fare questo dovevi fare quest’altro…” Un tormento. A volte dava consigli anche nelle pause dell’allenamento.
In quella gara invece questa pressione l’avevo lasciata alle spalle, non so come. E infatti la gara andò bene.
Da quella gara in poi le cose sono migliorate? No assolutamente no. Anzi sono peggiorate. Perchè se avevo fatto il risultato da cadetto allora dovevo allenarmi di piu per i giovani. E questo era giusto. Il problema era che sentivo su di me ancora più pressione ancora più aspettativa. Il problema era che non mi scrollavo di dosso il peso di mio padre e non riuscivo nemmeno a parlarne con lui.
Alternavo 3, 4 gare andate male a un risultato ottimo che veniva sempre a fine stagione in genere, quando non avevo nulla da perdere, oppure all’inizio della stagione subito dopo le vacanze, quando lo “stress da padre” non era così forte.
Arrivato a 20 anni avevo fatto dei risultati ma non cosi tanti come avrei potuto se fossi stato più tranquillo. Avevo fatto gare in coppa del mondo, finali ai giovani, avevo anche vinto una prova giovani (per darvi l’idea: metto la botta del 15 a 13 e vinco la gara, esulto abbraccio mio padre e gli dico “ce l’abbiamo fatta”. Notare il plurale come se lui avesse tirato con me. Ero stressato anche se vincevo.). Ma mi ero giocato la possibilità di fare un mondiale U20 in malo modo perdendo un assalto alla portata (15 giorni prima avevo vinto la gara di cui parlavo prima e quindi ero in forma, ma la testa…).
Non dico che fosse colpa di mio padre. All’inzio si quando ero cadetto e il primo anno giovani ma poi dopo ero anche io che pretendevo sempre il risultato per forza e mi creavo delle pressioni da solo.
Negli anni successivi le cose sono cambiate perchè sono cresciuto ho imparato a gestire lo stress e a riconoscerlo. Sono andato anche dallo psicologo dello sport e mi è servito molto.
Sono riuscito a parlare con mio padre di questa pressione che sentivo, e lui ha capito, si è fatto da parte, appoggiandomi in modo diverso, più distaccato.
Nel 2003 poi ero più maturo, e con l’appoggio positivo di mio padre e della mia famiglia e della mia fidanzata, sono riuscito a fare una stagione intera ad alto livello. Finalmente ero riuscito per una stagione a gestire lo stress delle gare. 1° alla selezione regionale, 6° al primo open nazionale, 3° al secondo, 4° a squadre in A2.
Sono alla fine di questo lungo articolo, veramente troppo lungo mi spiace. Adesso che faccio il maestro ma ho ancora molto fresco il ricordo di quando mi allenavo io, posso solo dirvi questo:
Ragazzi, affidatevi a chi ha più esperienza di voi, ai vostri genitori. Parlate con loro anche se vi costa, se avete “paura”. Allenatevi per voi stessi, per migliorarvi. L’obiettivo non può essere vincere la gara, ma piuttosto provare a migliorarsi, ricordandosi sempre che avete un avversario davanti che vuole fare lo stesso. Questo non significa andare alle gare senza metterci l’anima ma solo che quando si vuole una cosa per forza si rischia di non ottenerla.
Il nostro è uno sport veramente difficile. Le gare andate male ci saranno, ma come vengono, vanno via. Ritrovarsi in palestra con i vostri amici invece, con l’obiettivo di migliorare se stessi, è una cosa che vi resterà per sempre.
LE gare andate male ci sono… e mi sa che ce ne saranno ancora un bel po’. Fortunamente, leggendo questo articolo, mi accorgo che non è poi la fine del mondo ma… se poi a me non smette mai?! Cioè non è che sarebbe molto carino..
Però, come dice Jim Morrison (ancora una volta), “vivere senza tentare, significa rimanere col dubbio che ce l’avresti fatta”… quindi continuiamo a provare… e prima o poi si migliorerà via…
In quanto al discorso della critica o dell’incoraggiamento a me vanno bene entrambi… cioè è vero che bisogna saperli prendere tutti e due, ma bisogna anche vedere CHI me li fa.. secondo me un genitore NON PUO’ fare una critica sul metodo che il figlio ha di tirare, perchè non ne sa niente… semmai può farla nella costanza che uno ha di allenarsi… ma anche li bisogna vedere quali sono gli obiettivi di una persona… il maestro è ovvio che deve fare le critiche sennò che maestro è..
Poi… per tutto il resto che può riguardare l’argomento “genitori” ho già detto la mia nell’articolo di Tommy, e devo dire che le risposte sono state molto costruttive e ben fondate…
Cito la Mabi: ” secondo me un genitore NON PUO’ fare una critica sul metodo che il figlio ha di tirare, perchè non ne sa niente… semmai può farla nella costanza che uno ha di allenarsi… ma anche li bisogna vedere quali sono gli obiettivi di una persona… il maestro è ovvio che deve fare le critiche sennò che maestro è..”
Vero Mabi, ad ognuno il suo ruolo.
Sull’altro argomento invece mi sento di ti questo. Non ti devi preoccupare se i risultati non arrivano. Questo è uno sport difficile. L’anno scorso non ti riuscivano cose che quest’anno ti riescono e questo è dovuto alla tua costanza negli allenamenti. Non ti basta per andare meglio alle gare? Allenati ancora. Ma non pretendere da te tutto e per forza.
Voglio ringraziare il Moderatore per questo bellissimo regalo che ha fatto a tutti noi, atleti e non!!!!!!
Io, con l’articolo, avevo lanciato delle mie idee, degli spunti di riflessione; ma non c’è nulla di più bello ed EMOZIONANTE di quando qualcuno è il protagonista del proprio racconto, di quando ciò che dice è frutto di gioie e sofferenze che l’autore ha vissuto e che rinascono e ci raggiungono con la scrittura.
Appena avrò un po’ di tempo, anch’io mi terrerò a scrivere la mia esperienza…
carissimi, ora provate ad immaginare cosa vuol dire avere una mamma maestro…ora scappo perchè ho da studiare un monte, ma appena possibile vi racconterò anch’io la mia esperienza…
Sì Jecca, effettivamente la tua è una situazione molto particolare…sono curioso di sapere come hai vissuto e vivi questo rapporto.
Allora…avere il duplice ruolo di figlio ed allievo non è affatto semplice, ne per il figlio\a nel per il genitore.
Inizio con il dire che non sono mai stata obbligata ne spinta da mia madre a tirare di scherma; la passione è nata da me e ho deciso di coltivarla di mia spontanea volontà.
Premetto che attualmente con mia madre c’è uno splendido rapporto, sia in palestra che fuori, ma non sono sempre state rose e fiori.
Fino al primo anno giovani circa ad ogni gara si ripeteva la stessa scena: io la volevo a fondo pedana, lei ci veniva e alla fine che vincessi o perdessi (più frequente la seconda) litigavamo. Perchè? Semplice, non ero in grado di capire che in quel momento non era una mamma che mi sgridava, ma un maestro che voleva spiegarmi i miei errori, ma io ero troppo tesa per ascoltarla, così entrambe ci innervosivamo e ci urlavamo addosso.
Quando ho cominciato a crescere ho capito quello che mi stava sfuggendo e i rapporti sono migliorati. Certo, capita ancora che ogni tanto ci si scontri, ma è in modo più propositivo e con toni più calmi.
Anche in palestra non è semplice…Tu sei la figlia del maestro e agli occhi di certi genitori un po’ tonti farai sempre e comunque più lezioni dei loro figli.
Loro non sanno però che io faccio lezione solo poco prima delle gare, tanto per dare una spolveratina; non sanno che se vedo mia madre con molte lezioni da fare a ragazzi che hanno gare prima di me cedo il mio posto; non sanno che talvolta faccio lezione dalle 21 alle 22 perchè prima ho lasciato il mio spazio agli altri….
Specifico una cosa…Lo faccio volentieri e non ce l’ho con nessuno, non fraintendetemi! Vorrei solo sfatare il mito del “che fortuna essere la figlia del maestro”.
Questa è la mia esperienza…se volete nella prossima puntata vi racconto il doppio ruolo di istruttrice e figlia del presidente….!!!!:D (quasi nessun legame di parentela nella nostra palestra)
scusate se mi sono dilungata…
Mai pensato che essere figlio di un maestro fosse semplice.
magari tu…ma ti assicuro che mi sono sentita dire mille volte “beata te che sei la figlia del maestro”!!
hehehe jecca… chi sa se i figli dei tecnici delle armi hanno sempère le armi a posto…
hehehe fede…chissà se i figli dei macellai hanno sempre la carne nel piatto