Bisogna anche imparare a perdere

Ringrazio Edoardo Morini, presidente del Comitato Regionale Toscano di scherma, per avermi segnalato questo articolo.

A parlare è Julio Velasco, allenatore della nazionale azzurra di pallavolo prima dell’Olimpiade di Atlanta 96.

“Noi siamo diventati popolari perché abbiamo vinto molto.

Spesso ci chiedono come si fa ad avere una mentalità vincente. Dico una banalità: si ottiene vincendo.

Molte volte si pensa che vincere significhi battere gli avversari, ma vincere è anche superare i propri limiti. Questa, anzi, è la prima vittoria che si deve cercare di ottenere.

Quando uno è già adulto e cerca di imparare un nuovo sport, per esempio lo sci, se ci riesce la sua soddisfazione è pari a quella di vincere una partita.

Vincere è anche superare delle difficoltà. E questo vale sia nella vita che nello sport. E poi c’è la vittoria sugli avversari.

Purtroppo noi viviamo in una società in cui si pretende di assimilare tutta la vita ad un campionato. Come se lo sport fosse un paradigma per tutte le situazioni. Ci dicono: “Sii un campione, mangia la pasta tal dei tali”, “Vinci nella vita, usa la macchina talaltra”. Invece la vita non è un campionato.

Noi facciamo un mestiere particolare, difficile perchè non ci basta fare le cose bene, dobbiamo farle meglio degli altri. Se noi facciamo una bella partita e poi perdiamo per una palla, come è successo a Barcellona (17 a 16 all’ultimo set), abbiamo perso. Pochi si ricorderanno se abbiamo perso per molto o per poco. Ed è giusto così, lo sport è così. Ma la vita non è così. Non è che se uno fa un punto in meno di un altro è un perdente. Non ci dobbiamo credere. Quello che invece serve allo sport è imparare a perdere, oltre che a vincere. Anche se tutti parlano dell’importanza dell’aspetto educativo dello sport e poi hanno paura di introdurre l’agonismo nella scuola, come se l’agonismo non fosse già nella vita, come se non si dicesse ai bambini: “Preparati, la vita è molto dura. Tu devi essere il migliore, quindi studia”.

Serve imparare a vincere, nel senso che bisogna fare le cose bene, sacrificarsi, essere efficienti, dare importanza alle cose decisive e anche a quelle meno decisive, quando la posta in gioco è alta. Ma serve anche imparare a perdere. Chi fa sport sa che non si può vincere sempre. L’eccezione è vincere sempre, la norma è un’alternanza tra vittorie e sconfitte. Io ho sempre detto che sono molto orgoglioso della nazionale che ha vinto due mondiali e due europei, ma sono altrettanto orgoglioso della squadra che ha perso le Olimpiadi a Barcellona. Perchè ha saputo perdere. Quando abbiamo perso non abbiamo detto: è colpa dell’arbitro, siamo sfortunati, la Federazione non ci ha appoggiato, è colpa di un giocatore, dell’allenatore, di quel dirigente. Abbiamo detto: l’avversario è stato più forte di noi, punto e basta.

Noi abbiamo costruito la mentalità della squadra combattendo quella che chiamiamo la cultura degli alibi. Che cos’è un alibi? E’ dire che non posso fare questo non perchè non ci riesca, ma perchè c’è qualcosa che lo impedisce e che io non posso modificare. Qualcosa di più grande di me. Questi alibi noi li abbiamo combattuti in tutti i sensi. Quindi quando ci è toccato perdere (una sconfitta molta dolorosa per noi, perchè era il sogno della nostra vita) non abbiamo detto niente. E ci siamo preparati da quel giorno per vincere un’altra volta.

Adesso abbiamo il grande compito di andare alle Olimpiadi di Atlanta e tutti ci daranno per favoriti, come è successo nel ‘92. Ci hanno addirittura detto che eravamo il dream team, un’espressione coniata negli Stati Uniti per le squadre di basket e che indica la squadra dei sogni di tutti gli americani. L’ho già detto molte volte, noi non siamo la squadra dei sogni. Siamo la squadra che sogna. Sogna di vincere un’Olimpiade e faremo di tutto per vincerla. Se non ci riusciremo non ci considereremo dei perdenti, sapremo però che abbiamo fallito un obiettivo. Ma l’aver fallito un obiettivo non vuol dire essere nella merda della storia. E questo è valido anche e soprattutto per i giovani. Voi dovete cercare di vincere il più possibile, ma non credete a quelli che vi dicono che il mondo si divide tra vincenti e perdenti. Il mondo, secondo me, si divide soprattutto tra brave e cattive persone. Perlomeno questa è la divisione più importante. Poi, tra le cattive persone ci sono anche dei vincenti, purtroppo e tra le brave persone, purtroppo, ci sono anche dei perdenti.”

julio velasco

13 pensieri su “Bisogna anche imparare a perdere

  1. Per chi non lo sapesse Julio Velasco è stato l’allenatore più vincente della Nazionale Italiana di pallavolo. Colui che ha portato un movimento dall’ombra in cui si trovava a vincere tutto quello che c’era da vincere.
    Quello che dice in queste righe lo avete già sentito dire da qualcun altro, credo.

  2. Grande Velasco…credo che sia anche questa sua mentalità che ha portato tutti i risultati che ben conosciamo…Imparare a perdere è davvero fondamentale…e soprattutto imparare a perdere senza alibi…Chi si nasconde dietro un alibi non ammette i propri errori…Quindi difficilmente sarà mai un “vincente”
    Penso che avere delle debolezze e soprattutto ammetterle sia il primo passo verso la vittoria…e non sto parlando solo di sport…

  3. Il (mitico) Morini ne ha tante di queste “storielle” e sono molto belle (al corso a Pistoia ce ne ha lette altre, fattele dare fede!), ma sopratutto insegnano qualcosa che riguarda lo sport in generale, non solo la scherma. E come già sappiamo, ciò che viene detto qui è l’approccio migliore che uno allo sport possa avere. scherma compresa.

  4. certamente la posizione di un allenatore di una nazionale agevola nel parlare con facilità e dire che “si deve saper perdere”..intendo dire che qst allenatore aveva cmq un gruppo già vincente cn il qle lavorare..tuttavia qnd poi si arriva a livelli alti(olimpiadi, cm nel caso d quei giocatori)il metro di valutazione nn è qllo dei comuni mortali che farebbero carte false per arrivare bn nei torneini della nutella anke..qndi va tta la mia stima a Velasco per il lavoro che ha saputo fare..inoltre concordo sul fatto che dopo una sconfitta non si debbano trovare alibi,ma piuttosto prepararsi nuovamente a raggiungere un obiettivo..qst intendo,io,per “saper perdere”..in qst modo si può trasformare una sconfitta in qlk stimolo per lavorare di più..diversamente si cade nell’indolenza..non concordo invece sulla netta separazione tra sport e vita..certamente l’uno è meno importante dell’altro(parlo in generale,non x ki fa un mestiere della propria disciplina),certamente se qcsa va male nn c dobbiam sentire falliti cm persone..ma,la vita viene posta cm un campionato..è sbagliato??può essere,ma di fatto è cosi’..tendenzialmente anke nella vita si ricordano e si premiano i risultati(nei vari campi che possono essere dallo studio,al lavoro etc..), mentre ai tentativi sn lasciate le lodi..sta alle persone poi scegliere..detto qst:ritengo d saper perdere fede..è imparare a vincere il problema!!XD XD XD

  5. Me l’aspettavo quest’ultima affermazione… :D l’ho già sentita da una persona a me molto vicina…che a vincere ha iniziato da poco…e dopo tante tante tante mazzate e tante sconfitte…

  6. Tutto questo per dire che bisogna crederci e che pian piano le vittorie (che magari non saranno quelle di un open o di un assoluto, ma le piccole vittorie personali quelle sì…) arrivano!

  7. L’allenatore in questione ha preso l’Italia che non valeva nulla da un punto di vista dei risultati e l’ha fatta primeggiare a livello mondiale. Cosa vuol dire che aveva un gruppo già vincente? certo sapevano schiacciare e difendere lo stesso anche prima di Velasco, evidentemente lui è riuscito a dare qualcosa in più di altri allenatori.
    Non ho capito cosa intendi quando dici che il metro di valutazione è diverso. Per me l’atleta va in gara con un obiettivo. Vincere il torneo della parrocchia oppure vncere un Olimpiade. (Se uno non ha la voglia di vincere è meglio che la scherma non faccia sport agonistico.) Entrambi sono obiettivi che atleti di bravura diversa si pongono. Se questi due ipotetici atleti, uno da parrocchia e uno da Olimpiade, raggiungono il loro obiettivo, allora saranno felici in egual misura, se falliranno la delusione sarà la stessa. Ma forse non ho capito cosa intendevi dire.
    La vita è un campionato? vero purtroppo nella società di oggi è così. Secondo me non dovrebbe esserlo. Sport e vita hanno tanti punti in comune e qualche differenza sostanziale. La cosa importante è non conforderli. Ci bombardano con frasi e pubblicità ogni giorno su quanto è importante vincere. Mai che ci sia una pubblicità che metta in risalto il migliorarsi, oppure il lavorare per migliorarsi. Sono tutte della serie “per vincere bevi xxxxxx”, “per vincere mangia YYYYY” etc etc… Ecco nello sport accade una cosa diversa. Almeno a me capitava, spero anche a voi. Quando sei in pedana e vedi che ti è entrata una botta che prima non ti riusciva e magari però perdi 5 a 1. Ecco si nel risultato del girone viene scritto 5 a 1 e nella vita saresti un “perdente”. Nello sport invece sei “migliorato” perchè quell’unica botta l’hai tirata bene, meglio delle altre volte precedenti. E’ questa la differenza secondo me. C’è sempre una seconda possibilità nello sport. Detto questo però il miglioramento non deve farci acontentare. Non si è mai bravi abbastanza. La differnza spesso tra vincere un assalto e perderlo è poca, 1/25esimo di secondo, oppure 1 millimetro (prendi la coccia oppure tocchi suboto dopo la coccia), assalti alla priorità e chi ne ha piu ne metta. E qui entra in gioco la cura dei dettagli. Non basta fare 1000 cavazioni per dire che ti sei allenato bene. Devi farle sempre meglio, più stette, più veloci. Per farlo ci vuole tanta pazienza e tanta testa nell’allenarsi e di consegenza tanto tempo.
    Saper perdere/vincere: sono daccordo con Jecca. Come dice Velasco alternare vittorie e sconfitte è normale, vincere sempre è l’eccezione.

  8. Oltre alle gare sportive quelle,che ti pongono di fronte ad un avversario, ci sono sopratutto le gare contro se stessi.Personalmente pretendo sempre molto da me stessa, in qualsiasi ambito e sebbene questa caratteristica può essere negativa, penso che non sia possibile raggiungere dei risultati se non si mantiene un rigido rapporto con se stessi.Come dice fede, se uno non ha voglia di vincere è inutile che faccia delle gare,ed è proprio la voglia di vincere che dà la forza di fare uno sport; ma vincere non vuol dire esclusivamente “arrivare sul gradino più alto del podio”, vuol dire anche essere soddisfatti di se stessi, guardare con orgoglio ciò che si è fatto,apprezzare la condizione che si è raggiunta.Il problema( e questo è un frutto della nostra società)è che spesso la soddisfazione personale giunge solo se si è raggiunto”il gradino più alto del podio”e questo non è positivo.Io sono la prima a non farlo ma bisognerebbe apprezzare di pù la piccole conquiste senza voler sempre pretendere di più…inseguire il Più è ciò che rende attivi,ciò per che motiva le nostre azioni ma al contempo può essere un terribile freno.

  9. Oh, che bellezza tornare un po’ a casa, girottolare per internet e vedere che tanta gente si squarta…eh, cioè…discute sul sito sociale.
    Era tanto che non ci tornavo: ho avuto due esami in 2 sett e uno mi ha costretto ad un ritiro spirituale di 6 giorni :)
    Comunque le ultime mie tracce risalgono a quel famoso discorso sul gruppo vincente di ritorno da Gallarate…
    Beh, ho visto che da lì è nato un giro di idee che poi si è espressa in maniera più completa con il bellissimo pezzo di Velasco e con gli interessanti commenti. E visto che il moderatore si dichiara curioso su “cosa ne pensano anche gli altri”, quando ho un po’ di tempo, visto che martedì ho un altro esame, vi dirò la mia…
    Ci vediamo martedì sera al’allenamento.
    DHJO!!!

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